La delusione dei mercati seguita alla conferenza stampa della Bce dei primi di dicembre è stata poi riassorbita abbastanza facilmente nella seconda metà del mese, dopo che il 16 la Federal Reserve ha confermato in pieno le attese del mercato operando, come da copione, un primo rialzo dei fed funds dello 0,25%.

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Scenario Macro

Archiviato dunque il 2015 con performance soddisfacenti per i mercati finanziari, tutto è repentinamente cambiato con l’arrivo dell’anno nuovo. Dieci/dodici giorni di cali pesanti e pressoché ininterrotti hanno martoriato i listini mondiali con percentuali di caduta tipiche dei periodi di panico. È probabile che la miccia possa essere stata innescata dal pasticcio causato dalle autorità  di controllo della borsa cinese che hanno prima imposto e poi frettolosamente ritrattato la chiusura automatica delle contrattazioni al raggiungimento di predeterminate soglie di calo. Pur riconoscendo a questo fattore tecnico la dignità di concausa per i successivi accadimenti del mercato, è innegabile che, così come già altre volte abbiamo espresso, la percezione degli operatori e il mood di mercato siano molto più fragili rispetto ad alcuni mesi fa. Lo strapotere delle banche centrali di direzionare le aspettative e il comportamento quantomeno degli operatori finanziari si è certamente incrinato e difficilmente a nostro avviso potremo assistere prossimamente ad un ritorno dell’entusiasmo che ha dominato lo scorso quinquennio. Non solo le armi di politica monetaria sono ormai spuntate e probabilmente esprimono un’efficacia marginale decrescente, ma la banca centrale più potente al mondo ha ormai intrapreso un percorso rialzista, che mai si è rivelato un ritocco isolato, ma è sempre stato il primo di una serie, più o meno lunga a seconda della congiuntura. Questo cambio di rotta dunque, per quanto blando e lento potrà in futuro rivelarsi, altro non farà che esacerbare il circolo vizioso in cui l’economia e la finanza internazionale sono cadute. Dollaro forte, prezzo delle commodities in calo, prezzo del greggio in calo, paesi emergenti in crescente difficoltà sia per una contrazione della loro attività economica che per l’incremento del loro debito in dollari, valute emergenti in costante deprezzamento e interminabile calo dei livelli di inflazione. Che la Fed dunque abbia intrapreso un’inversione sui tassi, va molto al di là del semplice ritocco dei livelli di un quarto di punto, ma si caratterizza sia per il prevedibile prosieguo della tendenza nei prossimi mesi, sia per la cristallizzazione di dinamiche alquanto pericolose che già da tempo pervadono l’economia internazionale.

Altri elementi di debolezza sono poi collegati a questo circolo vizioso. Il primo e più rilevante è rappresentato dalle crescenti difficoltà che sta vivendo il mercato del credito High Yield del settore Energy negli Stati Uniti. Qui, negli anni passati, moltissime aziende legate all’industria petrolifera hanno approfittato dei tassi a zero per fare leverage sul loro debito ed investire abbondantemente su nuovi progetti legati all’attività, in un generalizzato credo per cui il prezzo del petrolio dovesse costantemente salire o rimanere comunque su livelli elevati. Ora che il fatturato si è vertiginosamente contratto, molte compagnie non sono più in grado di restituire i prestiti, spesso cartolarizzati tramite bond che quindi risulteranno in default. In concomitanza molti fondi legati al credito high yield si trovano a fronteggiare numerose richieste di rimborso dei loro fondi di investimento, con la spiacevole conseguenza di dover ulteriormente deprimere il prezzo di molte obbligazioni a causa della necessità di venderle per fare cassa. Un secondo elemento di debolezza, e su questo si dibatte da almeno due o tre trimestri, è l’incognita Cina. L’entità del rallentamento della crescita di Pechino ha infatti sia un impatto diretto, via import, nei confronti dei paesi con cui intrattiene rapporti commerciali, sia indiretto, ovvero in termini di fiducia e di correlazione sui mercati finanziari, che a loro volta si ripercuotono sull’economia. Un’ulteriore criticità è rappresentata dal continuo contrarsi della liquidità in dollari, dopo l’inversione di tendenza del pluriennale trend di accumulo di riserve valutarie, in atto ormai da diversi trimestri. Non solo la Cina, ma anche molte economie emergenti e oil-related (Russia in primis) stanno lentamente ma progressivamente liberandosi delle proprie riserve in valuta e indirettamente contribuendo allo shortage mondiale di dollari americani.

Un complesso di criticità che ci porta a guardare con molta prudenza a questo anno appena iniziato, nella consapevolezza che potremo assistere quanto meno ad elevate fasi di volatilità soprattutto a carico dei risky assets.

Fonte : Bloomberg. Prezzo del petrolio dal 1 gennaio 2014

Fonte : Prezzo del petrolio normalizzato. AB, EIA, Haver Analitics and WSJ

In passato ci sono state diverse fasi di discesa del prezzo del petrolio, anche se le proporzioni e la durata di quella ancora in corso non hanno precedenti ad eccezione del crollo intervenuto durante la crisi del 2008 e il collasso del commercio internazionale, durante il quale le quotazioni passarono da 145 a 35 dollari in soli 8 mesi, prima di reimpostare un nuovo trend al rialzo.

In ogni caso da giugno 2014 ad oggi il petrolio ha realizzato un calo del prezzo pari al 75%, da cui negli ultimi giorni sta provando una prima timida reazione. Se paragoniamo la flessione di questi mesi a quella degli anni 1986/1987, la più correttamente paragonabile perché anch’essa indotta da un eccesso di offerta, ci accorgiamo immediatamente di quanto la fase attuale si stia dimostrando più profonda e temporalmente estesa di allora. Nel 1986/1987 infatti dopo 7/8 mesi di calo il prezzo del greggio riprese a salire, mentre oggi siamo ancora in piena caduta.

Anche in relazione ai recenti dati macroeconomici, l’analisi della congiuntura non regala segnali confortanti. Partendo dagli ultimi pubblicati, il dato più commentato è stato forse l’indice Ifo tedesco, uscito sotto le attese, soprattutto nella componente prospettica, quella delle expectations. Il dato complessivo è al suo terzo calo consecutivo, mentre preoccupa anche la velocità del calo, come se dopo una lunga fase di sostanziale tenuta della locomotiva tedesca, stia rapidamente evaporando la fiducia in una ripresa più solida.

Anche i numeri preliminari per il mese di gennaio del PMI Markit in Eurozona conferma una riduzione di marcia nella velocità della ripresa, con un rallentamento diffuso sia ai servizi che al manifatturiero. Le aspettative del mercato già deponevano complessivamente per dati in riduzione rispetto a dicembre, ma la flessione è stata più ampia delle attese. Il PMI servizi è arretrato da 54,2 all’attuale 53,6 (attese 54,2), quello manifatturiero è sceso a 52,3 contro un precedente di 53,2 (attese 53), mentre il dato complessivo è uscito a 53,5 contro un precedente di 54,3 (attese 54,1). Nei prossimi giorni si aggiungeranno le rilevazioni finali e i dati della periferia, ma dubitiamo che questo possa comportare un miglioramento del dato, semmai il rischio è il contrario. Le preoccupazioni per un impatto negativo sull’area da parte del rallentamento degli emergenti e l’azione di tutti i fattori di criticità che precedentemente abbiamo citato, sono risultate molto evidenti anche nell’ultima conferenza stampa di Draghi tenutasi lo scorso 21 gennaio. Il Governatore ha provato a offrire nuove rassicurazioni in termini di presenza e rinnovato interventismo da parte della banca centrale, in caso di necessità, confermando l’implementazione di nuovi strumenti già a partire dal mese di marzo. Se da un lato la pronta reazione della Bce può effettivamente essere rassicurante, dall’altro mostra tutta la preoccupazione dell’istituto di fronte a un contesto internazionale sempre più cupo e sempre più vicino in termini di impatto con l’economia domestica. Il buon vecchio target di vedere un’inflazione prossima ma inferiore al 2% sembra al momento un obiettivo fantasma, qualcosa da relegare alla mera retorica e a cui nessuno sembra credere più.

In scia a quanto abbiamo già analizzato non possiamo evitare di citare l’ennesimo ritocco al ribasso delle stime di crescita mondiale effettuato pochi giorni fa dal IMF, nel suo aggiornamento di gennaio 2016. Come possiamo rapidamente cogliere nei numeri di sintesi che abbiamo allegato nella tabella sottostante, sia per l’anno in corso che per il 2017, il tasso di crescita del GDP mondiale è stato complessivamente defalcato di uno 0,2%, con un maggiore contributo da parte delle economie emergenti -con Brasile, CIS ex Russia e Latin America tra i peggiori-, una lieve riduzione per gli Usa e una sostanziale tenuta di Eurozona, Giappone e UK. Le stime per la crescita cinese si mantengono stabili con un 6,3% per l’anno in corso e un 6,0% per il 2017.

L’evoluzione dei prossimi mesi sarà probabilmente legato al fatto che si interrompa o meno questo circolo vizioso che si è creato e che il proseguimento della politica monetaria restrittiva della Fed non può che continuare ad alimentare. Se i dati Usa cominceranno a mostrare debolezza potremo anche sperimentare quest’anno il più breve ciclo di rialzi della storia della politica monetaria americana.

Fonte: IMF, Outlook update January 2016

Mercato azionario

Le prime settimane del 2016 hanno visto dominare paura e volatilità per tutti i mercati. L’indice MSCI World è sceso il 70% delle sedute da inizio anno. I mercati azionari, dal S&P all’indice Euro Stoxx hanno lasciato sul campo in media 8 punti percentuali. Il timore principale rimane la crescita globale, paura che si trasmette anche attraverso l’andamento del prezzo del greggio. Il collasso delle quotazioni delle materie prime ha innescato una spirale di pessimismo e di sfiducia che ha finito con l’aumentare spropositatamente la correlazione tra il mercato azionario e il prezzo del petrolio. A questo si aggiungono il problema Cina, che contribuisce ad amplificare l’incertezza sullo scenario futuro, seppure abbia una connessione limitata con l’economia USA, e la politica gradualmente restrittiva iniziata dalla Fed.

Se la correzione dei mercati avvenuta ad Agosto del 2015 è stata in un certo senso più ampia, al momento la situazione sembra addirittura peggiore visto che il pessimismo degli investitori si è esteso a tutti gli asset rischiosi, includendo anche i settori che generalmente beneficiano da un basso prezzo del greggio. Disporre di energia a buon mercato dovrebbe infatti essere di supporto per aziende e consumatori, permettendo loro di incrementare la spesa anche verso altre tipologie di consumo/investimento. Il punto nodale da risolvere è rappresentato dal riuscire a capire quando questi benefici riusciranno ad essere percepiti come superiori ai costi. Il settore manifatturiero statunitense si sta infatti contraendo, con alcuni comparti industriali già in recessione, anche se il mercato del lavoro continua a migliorare.

Alcune similarità con il 2008 sono evidenti: i mercati azionari calano quasi ogni giorno ed inoltre è molto alto il livello di indebitamento. Vi è innegabilmente la presenza di bolle speculative, che prima o poi sono destinate ad esplodere, prime tra tutte quella sull’ azionario cinese e sul comparto high yield, americano in particolare. Nonostante tutto questo comunque gli investitori stanno ancora facendo ampia distinzione sul mercato, favorendo aziende con alta qualità dei profitti e il cui prezzo azionario è cresciuto negli ultimi 12 mesi, a discapito di aziende a buon mercato in relazione al loro valore di bilancio.

Per quanto riguarda il mercato azionario europeo vale lo stesso discorso, con in primo piano le paure sull’economia cinese e la turbolenza sul prezzo del greggio. Tra tutti, i paesi con un maggiore livello d’indebitamento, quali Spagna e Italia, stanno soffrendo particolarmente.

Le promesse di Mario Draghi, presidente della ECB, favorevoli ad un probabile intervento a Marzo, e in generale la politica di stimolo delle altre banche centrali, non sembrano comunque essere più sufficienti a sostenere i mercati azionari. La crescita dovrà infatti dimostrarsi più forte e stabile, altrimenti assisteremo nei prossimi mesi a ulteriori cali e a una crescente volatilità. A questo punto non rimane che essere prudenti, evitando settori ciclici e, piuttosto, investendo in titoli azionari meno volatili, evitando di illudersi su interventi di banche centrali a breve o tanto meno cercando di fare timing sui mercati o sul prezzo del greggio.

Mercato tassi e obbligazioni

In un quadro macroeconomico in costante deterioramento, la classe delle obbligazioni rimane quella favorita tra i possibili investimenti, soprattutto in termini relativi. Come già affermavamo nel nostro scritto precedente, la mera affermazione che i rendimenti obbligazionari siano ormai talmente bassi, da rendere necessaria una ricerca alternativa su fronti più rischiosi è semplicemente un nonsense. Rilette a poche settimane di distanza e visti i repentini e profondi cali dei listini azionari, non possiamo che ribadire il concetto espresso.

Per quanto dunque concerne la classe in sé, il reddito fisso si conferma relativamente protetto. Ciò però che potrebbe insorgere nei prossimi mesi potrebbe essere quello di vedere estendersi l’avversione al rischio dal mondo equity e high yield, ai titoli sovrani dei paesi meno solidi, e tipicamente dunque quelli della periferia euro. Quanto abbiamo visto nelle ultime settimane, seppur ancora molto sfumato, è rappresentativo di un iniziale allontanamento degli investitori anche dai bond sovrani non core. Ci riferiamo in particolar modo ai titoli di stato portoghesi e a quelli spagnoli che da qualche tempo, hanno iniziato a risentire negativamente dei cambiamenti politici in atto, visto il timore che le future compagini governative possano rallentare il ritmo delle riforme in atto, allentando l’austerity sui parametri di bilancio. Anche per il nostro paese il sentore non è dei più benevoli, in relazione all’esplosione del casus belli delle sofferenze bancarie.

Sta di fatto che l’attuale fase di risk off che vivono i mercati ha permesso in Europa un beneficio in termini di discesa dei rendimenti solo ai paesi core e non alla periferia, come possiamo vedere nel grafico che abbiamo sotto riportato. Fatto 100 il punto di partenza di inizio anno infatti i tassi di Germania e Francia hanno realizzati ampi cali, mentre Spagna Irlanda e Italia hanno realizzato si movimenti al ribasso ma molto meno evidenti, causando un allargamento degli spread verso bund. Addirittura in direzione rialzista si è mosso invece il Portogallo, che fatica a trovare una nuova stabilità politica.

Fonte: Bloomberg. Rendimenti dei titoli decennali di Germania, Spagna, Italia, Portogallo, Francia e Grecia. I paesi sono elencati nel medesimo ordine riportato in legenda.

In termini operativi comunque la strategia da noi suggerita non cambia molto, ma la valutazione dei livelli per eventuali nuovi acquisti diviene a fullfullquesto punto cruciale. La presenza di mamma Bce come costante compratore di titoli, nonché garante della stabilità dell’Eurozona rimane la solida base su cui mantenere le proprie posizioni in titoli governativi di tutti i paesi europei. In tal senso dunque non temiamo, tanto per essere chiari, rialzi dei rendimenti importanti quali quelli che si sono verificati durante l’estate del 2011. Riteniamo che si possano individuare comunque delle soglie di ingresso interessanti, in particolare per i decennali e i trentennali di Italia, Spagna e Portogallo.

10 anni 30 anni
Spagna 1,80 3,00
Italia 1,75 2,80
Portogallo 3,00 4,00

Fonte: Bloomberg Rendimenti interessanti per nuovi acquisti sulle scadenze dei 10y e 30y per Italia, Spagna e Portogallo

Per quanto riguarda invece gli Stati Uniti, sulla curva dei tassi si è verificato il nostro scenario da tempo atteso, con un ampio calo di tutte le scadenze, quelle lunghe in particolare. La politica monetaria della Fed infatti viene percepita dai mercati come una probabile zavorra per le future prospettive di crescita del paese, già messe a dura prova da un contesto internazionale gravoso. Questo si ripercuote dunque di più sulla parte lunga della curva dei rendimenti notoriamente legata alla crescita ed inflazione attesa nel medio periodo, visto che il lungo è di fatto imprevedibile per la numerosità degli accadimenti possibili. È comunque abbastanza logico attendersi che le direttive della Fed verranno di volta in volta messe alla prova dai mercati, soprattutto in concomitanza con l’uscita di dati di economia reale che dovessero risultare ampiamente deludenti. Questo però non fa che portare ulteriori benefici agli investitori, provocando una riduzione dei rendimenti dei titoli e dunque un loro apprezzamento in termini di prezzo.

Fonte: Bloomberg. Rendimento 10y Usa

Fonte: Bloomberg. Rendimento 30y Usa.

Mercato cambi

Il movimento netto delle valute monitorate nel periodo intercorso dall’ultimo outlook rispecchia, senza particolari sorprese rispetto alle correlazioni consuete, la prepotente avversione al rischio che ha caratterizzato i mercati in questo complicato inizio di 2016, che ha avuto come epicentro un ulteriore forte calo dei prezzi petroliferi. Lo yen ha dimostrato appieno le sue caratteristiche di valuta-rifugio. Dollaro ed euro, pur indebolendosi di circa il 3% rispetto alla valuta nipponica, hanno comunque fatto meglio della maggioranza delle altre monete. Come era prevedibile le valute high-beta legate al mondo delle materie prime sono state travolte, con perdite tra il 4% e il 9% (vs EUR) per ZAR, MXN, BRL, AUD, CAD, NZD. Il rublo è andato addirittura in doppia cifra con un indebolimento del 17% (!). Pesanti perdite anche per la sterlina (-6%) che, venendo a mancare il supporto di un ciclo di rialzi ormai allontanatosi verso il 2017, sta soffrendo i fondamentali fragili e l’incertezza sul futuro UK in Europa.

JPY 3.7%
HUF 1.6%
USD 0.7%
EUR 0.0%
SEK 0.0%
NOK -0.9%
CHF -1.7%
TRY -3.2%
PLN -3.2%
NZD -4.1%
CAD -4.5%
AUD -4.5%
GBP -6.0%
BRL -7.6%
MXN -8.5%
ZAR -8.6%
RUB -17.2%

Fonte JCI Capital. Tabella movimenti vs EUR dal 10 Dicembre 2015.

Fonte: Trade Interceptor Charting. EUR/USD: 1.0700-1.1100 è al momento un range consolidato. L’azione è altrove.

La dipendenza, al limite del patologico, dal supporto per anni fornito dalle banche centrali rimane il tema centrale del mercato. Draghi ha promesso nuova linfa per il 10 marzo, Kuroda potrebbe cedere alla tentazione di tornare all’attacco già questo venerdì (i.e. 29 gennaio). Ma è ormai chiaro che la liquidità in dollari è diventata immensamente più preziosa. Il circolo vizioso a cui abbiamo assistito l’estate scorsa, e che si sta riproponendo ora, si alimenta principalmente proprio sulla (scarsa) disponibilità e sul (elevato) costo del biglietto verde. Il debito estero denominato in dollari è ulteriormente cresciuto negli anni passati ed è sempre più difficile da servire/rifinanziare. La prepotente discesa del prezzo del petrolio e la pressione all’indebolimento dello yuan sono temuti e ossessivamente monitorati proprio perché sono parte attiva di questa spirale che vede le banche centrali più attive nell’accumulare riserve valutarie negli anni passati (Cina e Paesi del Golfo) ora costrette a liquidarne una parte, facendo mancare quel lubrificante globale rappresentato da un abbondante liquidità in dollari. Se a questo aggiungiamo la perdita di momento di crescita globale, sempre più evidente nelle recenti rilevazioni economiche, risulta chiaro come le prossime mosse della Federal Reserve risulteranno assai più importanti di qualsiasi atteggiamento proattivo da parte di ECB e BoJ.

In questo contesto altamente volatile continuiamo a ritenere che il dollaro abbia poco spazio per riprendere con vigore il trend di rafforzamento indiscriminato contro tutte le altre valute e la scelta dei livelli di acquisto sia fondamentale per determinare la performance valutaria di un portafoglio. L’area di interesse per iniziare posizioni rialziste sul dollaro resta intorno a 1.10-1.11, mentre eventuali ribassi difficilmente potranno estendersi sotto i recenti minimi in area 1.07-1.08.

La chiamata sulla sterlina (abbiamo modificato la nostra valutazione da positiva a negativa su questa moneta dopo l’ultimo Rapporto Trimestrale sull’Inflazione a novembre) si è rivelata corretta. Il mercato ha preso atto che la BoE non ha alcuna intenzione di seguire le orme della Fed nella normalizzazione dei tassi. Senza il supporto fornito da un ciclo di rialzi, la sterlina è tornata ostaggio delle sue debolezze strutturali: un livello di fondamentale sopravvalutazione e il pesante deficit delle partite correnti. A questo si aggiunga l’incertezza derivante dalla variabile Br-exit. Pur rimanendo strutturalmente ribassisti sulla sterlina, riteniamo però che possa esserci spazio per un rimbalzo di breve periodo dopo il violento movimento degli ultimi due mesi.

Da mesi sosteniamo l’opportunità di avere yen in portafoglio e nelle ultime settimane il JPY è tornato brillantemente a mostrare le sue doti di bene rifugio nei momenti di avversione al rischio. Ora consigliamo maggiore cautela. La turbolenza sui mercati e la significativa discesa del Nikkei potrebbe indurre la BoJ ad aumentare le misure di stimolo monetario. Avere quindi munizioni a disposizione per comprare yen a livelli migliori (EUR/JPY in area 132), in caso questo avvenga, ci sembra una scelta saggia.

Anche la corona svedese può offrire un’interessante opportunità di diversificazione ma è fondamentale sfruttare eventuali fasi di significativa debolezza (EUR/SEK sopra 9.40) per minimizzare i rischi dell’investimento.

Sulle valute emergenti il quadro rimane estremamente complicato. I flussi in uscita da questa asset class, che ha chiaramente perso il favore di molti investitori, sono rallentati ma continuano a subire la correlazione con petrolio e indici azionari. Inoltre il quadro economico e geopolitico non mostra segnali di miglioramento. Continuiamo a ritenere basilare un’adeguata discriminazione rispetto ai fondamentali. Anche se la valutazione e il rendimento può sembrare interessante, consigliamo di tenersi lontani da paesi con importanti debolezze fondamentali e di governance come la Russia e il Brasile. Nel caso di quest’ultimo è da tenere però monitorato se un processo di impeachment al presidente Rousseff possa essere in grado di originare una svolta politica significativa in senso positivo. Anche sulla Turchia rimaniamo scettici. La vittoria netta dell’AKP in autunno garantisce maggior stabilità politica di breve periodo ma le tendenze autoritarie (a questo punto difficilmente tenute a freno) e la complicata posizione nello scacchiere geopolitico medio-orientale rappresentano due grossi ostacoli a rendere l’investimento accettabile con un orizzonte di medio-lungo periodo. Lo sloty polacco (PLN) e il fiorino ungherese (HUF) hanno mantenuto fondamentali economici accettabili e sono rimasti a lungo tra gli investimenti consigliati. La loro deriva politica nazionalistica e, per certi versi isolazionista nei confronti dell’Unione Europea, inizia però a preoccuparci e sospendiamo la nostra raccomandazione di mantenere queste valute in portafoglio. Una valuta con rendimenti elevati e situazione economica in miglioramento che manteniamo nel nostro portafoglio è la Rupia indiana (INR).

La Cina mostra un’evidente difficoltà nel portare avanti il suo processo lento (e di incerta governabilità) verso una centralità minore di export e investimenti e una maggiore per i consumi interni. Il prezzo da pagare è, nella migliore delle ipotesi, la sopportazione di tassi di crescita significativamente più bassi. In questo contesto continuiamo a rimanere lontani dalle valute che hanno nella Cina un importante sbocco commerciale (dollaro australiano e neozelandese). Il dollaro canadese può invece, dopo il pesante indebolimento degli ultimi mesi, rappresentare un investimento sensato per chi vede poco spazio per ulteriori ribassi del greggio.

Mercato materie prime

Energy

Nel mese di gennaio la discesa del prezzo del petrolio è stata inesorabile: il future sul WTI ha chiuso il 2015 a 37,04 dollari per poi toccare  un minimo a 26,55 il 20 gennaio scorso, realizzando così una flessione pari al 28,3% in meno di dieci sedute. In seguito il prezzo ha provato a rimbalzare riportandosi ampiamente al di sopra dei 30 dollari, ma con una volatilità che pare più legata a rimbalzi tecnici che recuperi duraturi.

Dopo la revoca delle sanzioni all’Iran, vi sono timori infatti di ulteriore aumento dell’offerta. Il governo iraniano punta ad aumentare la produzione di circa 1 milione e mezzo di barili entro la fine del 2016, portando la produzione complessiva giornaliera a 4,2 milioni di barili che si riverseranno nei mercati internazionali. Il paese ha costi di produzione inferiori rispetto alla maggior parte degli altri produttori di petrolio, oltre ad avere estremo bisogno di risorse finanziarie per avviare investimenti interni.

Moltissimi elementi dunque pongono pressioni al ribasso sul prezzo del greggio: tra questi l’incremento delle scorte, la diminuzione del consumo di prodotti petroliferi in Cina e il mantenimento del numero degli impianti di trivellazione in US.

Probabilmente occorrerebbe un taglio della produzione per eliminare quell’eccesso di offerta da tempo presente sul mercato, affinché si possa assistere ad un recupero stabile delle quotazioni.

Come se tutto ciò non bastasse, anche sul fronte della domanda vi sono segnali di lieve contrazione: in Cina ad esempio l’uso del diesel a dicembre è sceso del 5,6% rispetto a un anno prima, mentre il consumo di benzina è cresciuto al ritmo più lento negli ultimi due anni.

Riteniamo quindi che nonostante il prezzo contenuto, le pressioni sul fronte dell’offerta restino inalterate e per il momento riducono al lumicino le probabilità di un rialzo consistente dei prezzi.

Metalli preziosi

Contrariamente al petrolio, il prezzo dell’oro è rimasto sostanzialmente stabile in dicembre, per poi realizzare in gennaio una crescita delle quotazioni di circa 4%-5%.

È probabile che, dopo un lungo periodo in cui l’oro è di fatto stato completamente snobbato dagli investitori, abbia svolto almeno temporaneamente la funzione di bene rifugio: l’arrampicata dell’oro è stata dunque favorita dalle contestuali preoccupazioni sul fronte economico e su quello geopolitico.

Gli hedge funds hanno più che raddoppiato le loro posizioni long, dopo un periodo fortemente ribassista, tra la seconda metà di ottobre e il mese di novembre. La posizione netta lunga in futures e opzioni su oro ha raggiunto 1.934 contratti nella settimana conclusa il 19 gennaio, secondo i dati della Commissione Commodity Futures Trading in Usa, in netto aumento dai 902 contratti di una settimana prima. Il dato si confronta inoltre con una posizione netta corta record di 24.263 raggiunta alla fine dello scorso anno.

Se la situazione sul fronte macroeconomico dovesse continuare a indebolirsi, questo potrebbe fornire ulteriore supporto a questa asset class che tornerebbe ad essere considerata come interessante per l’allocazione di una parte del portafoglio.

Hanno collaborato alla stesura del Weekly Outlook: Alessandro Balsotti Portfolio Manager, Barbara Giani Head of Institutional Advisor, Debora Liuzzi Institutional Advisor