Raramente come in questi primi mesi del 2016 si è assistito a un uso così frequente di citazioni letterarie e filosofiche nelle analisi economiche che,  commentando l’attuale erraticità dei corsi finanziari, fanno riferimento alla follia umana.

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Scenario macro

Che l’investitore, anche professionale, fatichi a mantenere quella prospettiva razionale che gli dovrebbe essere propria è del resto una caratteristica ormai largamente accettata, cui già da diversi anni si è provato a porre rimedio affidandosi sempre più a sistemi meccanicistici che comprano e vendono su livelli prestabiliti, al verificarsi di determinate condizioni. Curioso comunque che la quasi totalità degli osservatori e degli analisti si preoccupi di sondare le profondità dell’animo umano solo in occasione di importanti cali del mercato, e quasi mai nei periodi di irrazionale esuberanza. Da mesi in questo nostro scritto segnaliamo la potenziale fragilità dei mercati a più elevato livello di rischio, quali quelli azionari o alcuni segmenti del credito, che nel corso degli ultimi anni e fino a poche settimane fa, avevano realizzato performance stellari e inanellato record uno dopo l’altro, con eccezioni rare e temporalmente limitate a poche sedute o poche ottave di calendario.

La distorsione provocata dal progressivo allentamento monetario da parte delle banche centrali di tutto il pianeta sta progressivamente mettendo a nudo, una dopo l’altra, le fragilità delle fondamenta su cui i rialzi dei mercati sono stati eretti. All’inatteso sganciamento del cambio dello yuan dal dollaro, avvenuto ad agosto del 2015, è seguito un incessante flusso di dati economici negativi e fattori destabilizzanti che sono culminati a fine anno nella decisione intrapresa dalla Federal Reserve di porre fine alla politica dei tassi zero e avviare un sentiero di restrizione monetaria, in scia ad una ripresa economica che sta in realtà rivelandosi alquanto effimera.

Il circolo vizioso, più volte evidenziato, tra rallentamento cinese, calo dei prezzi delle materie prime e del petrolio, dollaro forte, difficoltà economiche e finanziarie delle economie emergenti si è ulteriormente alimentato della svolta della politica monetaria americana e rappresenta ancora oggi la maggior fonte di rischio per le dinamiche dei prossimi trimestri.

Contrariamente a quanto comunemente si crede, la svolta restrittiva della politica monetaria americana risale in realtà a molto tempo prima dello scorso dicembre, quando furono ufficialmente alzati i tassi di uno 0,25%. Nel grafico sottostante viene mostrato il tasso ombra dei Fed Funds Wu-Xia, elaborato dagli economisti omonimi, che costruirono un tasso teorico che prendesse in considerazione le effettive condizioni monetarie del sistema finanziario americano, incluse le misure di Quantitative Easing. Come si può osservare il tasso teorico ha continuato a scendere fino alla primavera del 2014, fino a raggiungere il livello minimo del -3%, mentre da allora si è assistito ad un costante e spedito rialzo, giunto a zero poche settimane prima che la Fed alzasse i tassi.

Il tasso ombra dei Fed Funds dunque sembra catturare alla perfezione il restringimento delle condizioni monetarie in corso negli Stati Uniti negli ultimi 18 mesi, ovvero da molto tempo prima dell’ufficializzazione del rialzo dei tassi.

Il prosciugamento della liquidità in dollari è un fenomeno che sta verificandosi da mesi a livello internazionale, in scia a un lento ma costante processo di riduzione delle riserve monetarie per i più svariati motivi, dal controllo delle fluttuazioni dello yuan da parte della Cina, alla necessità di compensare i decrescenti introiti da petrolio da parte dei fondi sovrani delle economie oil-related.

In un generalizzato contesto di rallentamento dell’attività economica e di spinte deflazionistiche provenienti dall’Asia, ovvero proprio da quella parte del mondo che negli anni passati ha premuto con decisione sull’acceleratore della crescita nonché dell’inflazione, la riduzione della liquidità internazionale del biglietto verde agisce ulteriormente in senso restrittivo sulle condizioni monetarie globali e non contribuisce a mitigare l’avversione al rischio degli investitori.

A livello congiunturale, il flusso di dati delle scorse settimane altro non ha fatto che confermare la ridotta velocità di crescita dell’economia mondiale, con rare eccezioni al momento troppo timide o isolate per poter rappresentare delle basi di ripresa più solida. Le evidenze dei numeri sono tali da aver indotto i più noti organismi internazionali a ridimensionare, per l’ennesima volta le stime di crescita per l’anno in corso e quello futuro. In una decisione di alcuni giorni fa, nel suo Interim Economic Outlook Forecasts, l’Ocse ha ridotto le attese di rialzo del PIL mondiale dal precedente 3,3% all’attuale 3% per il 2016 e dal 3,6% al 3,3% per il 2017, mentre l’IMF si è premurato di dichiarare che la lettura dei recenti indicatori economici produrrà quasi certamente una revisione al ribasso delle previsioni di crescita nel loro prossimo report economico. Ciò che in estrema sintesi emerge chiaramente è un contagio dell’Eurozona, e della Germania in particolare, nel rallentamento proveniente dai mercati emergenti.

Il ridimensionamento del PIL tedesco atteso per l’anno in corso, è calato da 1,8% a 1,3%, e appare conseguenza logica del lento ma costante affievolimento dei numeri di export, vendite al dettaglio, ordini industriali e indici PMI, in unione ad un inesorabile nuovo calo di PPI e CPI, con quest’ultimo appena ritornato in territorio negativo con il dato di febbraio a -0,2% a/a.

In generale comunque tutti gli indicatori dell’Eurozona segnalano rinnovata debolezza del trend di crescita e, soprattutto, nuove pressioni deflazionistiche che contribuiscono ad accrescere le aspettative degli operatori in termini di intervento da parte della BCE il prossimo 10 marzo. Il Governatore Mario Draghi non ha nascosto la propria preoccupazione per l’evoluzione degli indicatori di prezzo: è noto infatti che in presenza di livelli di inflazione prossimi allo zero o addirittura negativi, diviene estremamente difficoltoso uscire dalla spirale del debito, il cui livello reale tende a salire. Senza contare il fatto che la necessità di aggiustamento competitivo, soprattutto per alcuni paesi periferici dell’eurozona, passa necessariamente per livelli di disoccupazione molto elevati e difficilmente riducibili in tempi brevi.

La metà del mese di marzo vedrà un’elevata concentrazione di appuntamenti importanti per le principali banche centrali del pianeta, visto che il 10, il 15 e il 16 si riuniranno rispettivamente i comitati di Bce, Boj e Fed. Draghi e colleghi in particolari polarizzeranno l’attenzione dei mercati per le crescenti (forse inarrivabili?) aspettative che si sono create in merito ai provvedimenti monetari che verranno annunciati per contrastare il costante deterioramento dello scenario inflazionistico e congiunturale. Spesso abbiamo evidenziato come la credibilità delle banche centrale sia stata progressivamente erosa, dopo le evidenze in merito alla sostanziale incapacità di fornire solide basi alla crescita e spinte reflazionistiche nell’economia. I dati quasi definitivi e relativi al 2015 infatti depongono per una crescita Usa verso la soglia del 2%, di poco superiore a quella dell’Eurozona, probabilmente in area 1,4%.

In Giappone addirittura, dopo le misure bazooka della Abenomics l’ultima stima di PIL è addirittura tornata in territorio negativo. La politica monetaria da sola non basta e senza misure fiscali che stimolino il consumo e l’investimento, è improbabile che si possa generare un processo di crescita strutturale, grazie anche all’ aumento della domanda aggregata. Per il momento, a parte una iniziale presa di coscienza da parte delle autorità monetarie e fiscali, siamo distanti anni luce, soprattutto in Europa, dall’implementazione di misure fiscali in tal senso.

Sul fronte europeo si apre anche l’incognita Brexit, dopo che Cameron ha fissato la data del referendum per scegliere se rimanere o meno all’interno della UE. Il 23 giugno è poco distante, soprattutto per poter sperare che ci possa essere una svolta positiva dal punto di vista economico in UK, che di recente ha mostrato dati in deciso peggioramento. Secondo i sondaggi condotti nel corso degli anni si è visto che in passato l’entusiasmo di appartenere all’Unione è risultato altamente correlato con l’andamento economico del paese: periodi di florida crescita andavano a braccetto con una netta preferenza per la permanenza nell’Unione e viceversa. Al momento appare prematuro formulare ipotesi in un senso o nell’altro, ma le difficoltà congiunturali certo non depongono per una facile vittoria dello status quo. Del resto sono note le teorie economiche per cui nelle fasi più aspre della congiuntura, prevalgono misure nazionaliste e protezioniste oltre a movimenti indipendentisti. In questo senso il prossimo futuro si rivela molto sfidante per l’Eurozona, se ai problemi di crescita e inflazione si aggiunge lo spinoso tema dei migranti, per il quale è arduo ipotizzare soluzioni strutturali che non siano prima condivise e poi implementate a livello comunitario.

Mercato azionario

Nella prima metà del mese di febbraio i mercati azionari hanno attraversato una fase ribassista, riportando rispettivamente perdite nell’ordine del 6% per l’MSCI World, del 12% per l’Eurostoxx, e del 9% per l’S&P 500.

Il pessimismo quindi ha fatto da padrone fino all’annuncio dell’incontro tra alcuni dei principali paesi produttori di petrolio, Russia e Arabia Saudita, in cui si sarebbe discusso una possibile riduzione della produzione. Nonostante questo non sia accaduto, il mercato ha effettuato una inversione a “U”, che ha permesso di recuperare tutto il terreno perduto nella prima quindicina del mese.

Continua dunque la correlazione positiva tra petrolio e mercati azionari, con gli operatori preoccupati per la possibile ondata di default nel settore Energy, che potrebbe essere provocata da prezzi del petrolio troppo contenuti. Un recupero delle quotazioni del petrolio trasmette infatti un miglioramento delle prospettive per il settore energy che si riflette in mercati azionari rialzisti.

Fonte Bloomberg. Indice MSCI World a febbraio.

Intanto in Europa la stagione della pubblicazione dei risultati trimestrali per le aziende che hanno riportato finora, e’ stata moderatamente positiva, con società che hanno battuto le stime degli utili nel 38% dei casi, per il 27% delle volte hanno riportato in linea con le attese e per il 36% hanno invece fatto peggio delle aspettative.

Per quanto riguarda il lato ricavi invece, su un campione di 299 aziende, circa il 40% di queste ha battuto le stime, mentre il 27% ha riportato sotto le stime e il 33% è risultata tendenzialmente in linea. Questi dati possono essere spiegati anche dal fatto che nel quarto trimestre dell’anno scorsi l’euro ha subito un deprezzamento che ha contributo a un contesto globale più favorevole per le aziende esportatrici.

Nonostante dunque un pregresso tutto sommato discreto, le stime per l’anno in corso continuano a essere riviste al ribasso. Per citare un dato di sintesi segnaliamo che la stima di crescita degli utili per azione, per le società appartenenti all’indice MSCI Europe, è stata ridotta da 6.1% a 2.6%. La revisione al ribasso e’ trasversale a tutti i settori, ma riguarda in maniera più approfondita quelli legati alle commodities, che ancora catalizzano il pessimismo degli analisti.

Anche dal mercato azionario US sono giunti segnali positivi dalla recente “earnings season”: le stime di utili sono state battute per circa il 74%, su un campione di 95% delle aziende dell’S&P500, con in particolar modo i settori legati ai materials, consumi discrezionali e tecnologia che hanno riportato sopra le aspettative. Se da questo ne traiamo un messaggio positivo, sul fronte delle aspettative future di utili, invece, gli analisti hanno rivisto le stime al ribasso: Nel corso del mese di febbraio, gli utili stimati per 2016, perle azioni dell’S&P500, sono stati infatti riviste al ribasso di circa il 2,0%. Il dato che impressiona è quello legato al settore dell’energia, dove la revisione al ribasso e’ addirittura del 35,5%. Sul fronte delle banche centrali, queste continuano a dichiarare di voler offrire tutta la liquidità necessaria al sistema. Questo in passato ha sempre supportato i listini azionari e potrebbe continuare a farlo. La BCE dovrebbe, il 10 marzo, annunciare nuove misure monetarie accomodanti, mentre in US i dati indicano una situazione di una economia che sembra far fatica a trovare slancio nella crescita; questo potrebbe costringere la FED quanto meno ad allungare i tempi per effettuare ulteriori eventuali rialzi, come in effetti gli operatori di mercato hanno già iniziato a scontare.

Nello scenario previsionale per il mercato azionario un ulteriore elemento da tenere in considerazione è il “Brexit”, visto che ad oggi l’esito appare tutt’altro che scontato. Se nei prossimi mesi si assistesse ad un deprezzamento della sterlina nei prossimi mesi, in linea con l’andamento dei sondaggi, le aziende esportatrici ne potrebbero beneficiare: tra questi settori in particolare pensiamo a settori legati all’alimentare, al farmaceutico e ai media, che sarebbero dunque da preferire rispetto ad altre legate al settore finanziario, che potrebbero in caso di exit rimanere danneggiate nell’erogazione dei servizi verso il mercato europeo cosi come fatto sino a ora.

Mercato tassi e obbligazioni

La flessione dei tassi del mercato monetario pare quasi inarrestabile, così come i rendimenti del mercato obbligazionario per i quali ormai molte scadenze sono in territorio negativo (vedi i grafici sottostanti rispettivamente nel riquadro di sinistra e di destra). Il fenomeno, inizialmente solo europeo, si è prepotentemente esteso ai titoli nipponici che mai, nonostante la politica dei tassi zero in essere da decenni, avevano raggiunto livelli negativi ed ora sono invece sprofondati al di sotto della linea di galleggiamento fino alle scadenze decennali, tanto che pochi giorni fa l’asta del decennale giapponese ha visto un tasso medio di assegnazione dello -0,024%.

A livello mondiale, secondo i calcoli effettuati usando l’indice JPM Global Bond International, l’ammontare dei titoli in circolazione con rendimenti inferiori allo zero sarebbe ormai di circa 6 trilioni di dollari, un valore più che raddoppiato rispetto allo scorso novembre, dopo l’ingresso della Boj nel mondo dei tassi negativi (NIRP).

Fonte Bloomberg

Fonte Bloomberg

Come più volte abbiamo ricordato, il contesto economico e finanziario che fa attualmente da sfondo, non può che essere ancora favorevole al mercato obbligazionario che, al di là di temporanei momenti di volatilità, comunque contenuta, si trova instradato in sentiero di continuo allentamento monetario e di costante deterioramento del quadro inflazionistico. L’ultimo dato di CPI generale dell’Eurozona, pubblicato pochi giorni fa ha mostrato addirittura un ritorno al di sotto dello zero, con un tasso annuo pari a -0,2%, ed una significativa flessione anche del dato core, sceso dal precedente 1% all’attuale 0,7%. Come noto, secondo la teoria economica protratti periodi di bassi livelli delle componenti più volatili dell’inflazione, ovvero cibo ed energia, impattano poi anche sul costo anche delle altri componenti. In tal senso infatti si può osservare un effetto di trasmissione negativa  dal CPI generale a quello core, come sembra stia avvenendo oggi.

Anche il parametro 5y5y forward, ovvero l’inflazione implicita attesa a 5 anni fra 5 anni, ha raggiunto di recente nuovi minimi assoluti con valori intorno a 1,35.

In questo contesto dunque l’approccio di fondo al mercato del reddito fisso è ancora positivo. Per quanto concerne le nostre aspettative sui titoli dell’Eurozona, riteniamo che vi siano concrete probabilità che le curve di rendimento si abbassino ulteriormente nei prossimi mesi e che eventuali temporanee risalite dei rendimenti possano in linea di massima rappresentare interessanti livelli di ingresso.

Ciò che potrebbe scardinare questo scenario è rappresentato da un radicale cambio di policy da parte della politica della Commissione e dell’Unione Europea, in senso molto più accomodante sui vincoli di politica fiscale. Non semplici concessioni su singoli numeri di budget, ma un approccio molto diverso dall’attuale austerity di bilancio. L’ipotesi di un cambio radicale di politica fiscale ci appare però molto remoto al momento attuale, nonostante da più parti siano state rilasciate dichiarazioni che lasciano comunque intravedere una presa di coscienza che le attuali politiche non sembrano produrre effetti espansivi sulla congiuntura europea.

Un rischio che sta emergendo, anche se per ora ci appare molto lieve, è legato a effetti di ritorno di un’eventuale aumento nei sondaggi della percezione di una possibile Brexit, che alimenterebbe anche in Eurozona movimenti e partiti anti-europeisti e anti-euro (vedi il caso della Catalunia e del Portogallo) con probabile aumento dello spread periferia-core. A livello prudenziale dunque si potrebbero alleggerire sui livelli di rendimento attuali in parte i titoli a lunga scadenza di Italia, Spagna e Portogallo, con l’idea di provare a rientrare in acquisto su livelli di yield eventualmente più elevati. Sotto nei grafici evidenziamo l’area di range attuale per il decennale e il trentennale italiani.

Fonte Bloomberg. Rendimento Btp 10 anni

Fonte Bloomberg. Rendimento Btp 30 anni

Negli Stati Uniti il calo dei rendimenti ha interessato tutte le scadenze della curva e gli obiettivi di ribasso segnalati per le scadenze a dieci e a trenta anni sono stati raggiunti alla perfezione. A questo punto riteniamo alquanto probabile che il rimbalzo attualmente in atto possa spingersi in direzione di 1,80%-1,90% per il decennale e di 2,80%-2,90%.

In caso si verificassero effettivamente questi movimenti potrebbero rappresentare a nostro avviso interessanti opportunità per effettuare nuovi acquisti sulla curva Usa, destinata a riprendere in seguito la strada del ribasso, stante lo scenario di indebolimento del quadro economico. Molta attenzione dovrà comunque essere posta a nostro avviso ai dati di inflazione delle prossime settimane, visto che qualche timido segnale di risalita sembra giungere da alcuni indicatori di prezzi e salari.

Fonte Bloomberg. Rendimento Usa 10 anni

Fonte Bloomberg. Rendimento Usa 30 anni

Cambi e valute

Il movimento netto delle valute monitorate nel periodo intercorso dall’ultimo Outlook rispecchia, senza particolari sorprese rispetto alle correlazioni consuete, il significativo recupero di un tono positivo da parte dei mercati grazie alla evidente stabilizzazione in varie aree di turbolenza (Cina ed emergenti, petrolio e materie prime, finanziari europei e High Yield americano). Come si vede nella tabella molte valute high beta hanno ben performato con guadagni corposi nei confronti di USD e EUR (praticamente immutati in termini relativi nel periodo), specialmente quelle di paesi esportatori di materie prime che più avevano sofferto a gennaio. Unica eccezione lo yen che è riuscito a mantenere buona parte dei cospicui guadagni messi a segno nelle prime 6 settimane del 2016 caratterizzate da una prepotente avversione al rischio. Una menzione a parte va alla sterlina, ultima del gruppo monitorato, vittima di un rinnovato focus del mercato su una potenziale uscita dall’Unione Europea ora che un punto fermo sul calendario (23 giugno) è stato fissato.

RUB 6.5%
ZAR 5.2%
CAD 4.9%
JPY 3.9%
BRL 3.7%
MXN 3.5%
PLN 3.4%
AUD 2.8%
NZD 2.0%
TRY 2.0%
CHF 1.9%
HUF 1.2%
NOK 0.4%
USD 0.2%
EUR 0.0%
SEK -1.1%
GBP -1.8%

Fonte JCI Capital. Tabella movimenti vs EUR dal 27 Gennaio 2016.

Fonte: Trade Interceptor Charting. EUR/USD: fallito il tentativo di uscita dal range. L’azione è altrove.

La sospensione nel trend di rafforzamento del dollaro, solo parzialmente percettibile nei livelli pressoché immutati dell’EUR/USD, è sicuramente stata un aiuto importante alla stabilizzazione del mercato. L’indice Fed Trade Weighted Broad USD rende maggiormente giustizia a questa dinamica.

Fonte: BBG. L’indice della Fed è un indicatore più fedele della forza USD rispetto al DXY

La carenza di liquidità disponibile in USD in un mondo (specialmente emergente) che ha esteso negli ultimi anni la sua leva con debito in valuta, rimane infatti il fattore più importante da monitorare nei prossimi mesi. Il circolo vizioso a cui abbiamo assistito l’estate scorsa, che ha avuto un ritorno di fiamma a gennaio ed è al momento in fase di remissione, si alimenta principalmente proprio sulla (scarsa) disponibilità e sul (elevato) costo del biglietto verde. Il debito estero denominato in dollari è ulteriormente cresciuto negli anni passati ed è sempre più difficile da servire/rifinanziare. La prepotente discesa del prezzo del petrolio e la pressione all’indebolimento dello yuan sono temuti e ossessivamente monitorati proprio perché sono parte attiva di questa spirale che vede le banche centrali più attive nell’accumulare riserve valutarie negli anni passati (Cina e Paesi del Golfo) ora costrette a liquidarne una parte, facendo mancare quel lubrificante globale rappresentato da un’abbondante liquidità in dollari. A questo si aggiunge la sempre minore fiducia nei confronti della capacità dell’attivismo monetario delle banche centrali di avere un qualche impatto su una crescita globale che continua ad apparire precaria. Questo piano inclinato (la perdita di credibilità dei policy makers) ha effetti molto lenti ma è una tendenza strutturale di cui non prevediamo un’inversione.

Da queste premesse deriva la convinzione che il 2016 continuerà ad essere un anno complicato per i risky asset e che le prossime mosse della Federal Reserve risulteranno assai più importanti di qualsiasi atteggiamento proattivo da parte di ECB e BoJ.

Continuiamo a pensare che in questo contesto il dollaro abbia poco spazio per riprendere con linearità e vigore il trend di rafforzamento indiscriminato contro tutte le valute e che la scelta dei livelli di acquisto sia fondamentale per determinare la performance valutaria di un portafoglio. L’area di interesse per iniziare posizioni rialziste sul dollaro resta intorno a 1.10-1.11, mentre eventuali ribassi difficilmente potranno estendersi sotto i minimi degli ultimi mesi in area 1.07-1.08. Ovviamente la data del 10 marzo (Draghi) va segnata in rosso sul calendario.

Cambiamo nuovamente la nostra previsione sulla sterlina (dopo averne cavalcato la debolezza tra 0.70, ai tempi dell’Inflation Report di novembre, e i prezzi attuali). L’area 0.78-0.79 fornisce ora un’interessante opportunità di ingresso (vendita EUR/GBP). E’ comprensibile che 4 mesi di (selvaggia) campagna elettorale e il referendum stesso continueranno a portare volatilità e il premio al rischio della moneta britannica rimarrà elevato. In ogni caso crediamo che l’attuale debolezza sia esagerata. Un voto a favore del B-Remain rimane per noi ampiamente favorito. Da questo punto di vista pensiamo che i bookmakers (70%-75% di ‘IN’ quotato) siano una guida più affidabile dei classici sondaggi, che in più occasioni hanno dato pessima prova di sé nelle più recenti tornate elettorali. Il rischio da monitorare è quello di un brusco peggioramento economico e finanziario (UK e mondiale) e/o di una escalation nella crisi dei migranti, entrambi fattori in grado di spostare percentuali di voto importanti.

Da mesi sosteniamo l’opportunità di avere yen in portafoglio e il JPY sta ora mostrando anche discrete doti di tenuta al cospetto di una fase di ritorno della propensione al rischio. Il giudizio favorevole è immutato anche se a certi livelli (i.e. 110 di USD/JPY) e a ridosso delle riunioni della Bank of Japan (la prossima è il 15 marzo) è consigliabile un atteggiamento più conservativo e tattico che già era stato vincente nell’evitare sorprese a fine gennaio (tassi negativi inattesi).

La corona svedese continua ad offrire un’interessante opportunità di diversificazione che passa però per l’adeguato sfruttamento di eventuali fasi di significativa debolezza (EUR/SEK sopra 9.40) per minimizzare i rischi dell’investimento.

Sulle valute emergenti il quadro rimane complicato e variegato ma mostra, al margine, dei miglioramenti perlomeno in un’analisi relativa rispetto ad altri risky assets. I flussi in uscita da questa asset class, che ha chiaramente perso il favore di molti investitori, sono rallentati ma continuano a subire la correlazione con petrolio e indici azionari. Anche il quadro economico e geopolitico non mostra segnali di miglioramento ma va segnalato che la price action, e conseguentemente il sentiment, ha mostrato un visibile miglioramento. Continuiamo a ritenere basilare un’adeguata discriminazione rispetto ai fondamentali. Con il petrolio che sembra aver trovato una base il rublo inizia ad essere considerato ‘investibile’ mentre le debolezze fondamentali e di governance in Brasile non rendono i livelli raggiunti sufficienti a considerare un esposizione al real. Nel caso di quest’ultimo è da tenere però monitorato se un processo di impeachment al presidente Rousseff possa essere in grado di originare una svolta politica significativa in senso positivo. Sulla Turchia rimaniamo scettici. La vittoria netta dell’AKP in autunno garantisce maggior stabilità politica di breve periodo ma le tendenze autoritarie (a questo punto difficilmente tenute a freno) e la complicata posizione nello scacchiere geopolitico medio-orientale rappresentano due grossi ostacoli a rendere l’investimento accettabile con un orizzonte di medio-lungo periodo. Lo sloty polacco (PLN) e il fiorino ungherese (HUF) hanno mantenuto fondamentali economici accettabili e sono rimasti a lungo tra gli investimenti consigliati. La loro deriva politica nazionalistica e, per certi versi, isolazionista nei confronti dell’Unione Europea ci ha spinti a sospendere la nostra raccomandazione. Torniamo ora alla carica sullo sloty dove i rischi ci sembrano diminuiti. Una valuta con rendimenti elevati e situazione economica in miglioramento che manteniamo nel nostro portafoglio è la Rupia indiana (INR).

La Cina mostra un’evidente difficoltà nel portare avanti il suo processo lento (e di incerta governabilità) verso una centralità minore di export e investimenti e una maggiore per i consumi interni. Il prezzo da pagare è, nella migliore delle ipotesi, la sopportazione di tassi di crescita significativamente più bassi. In questo contesto continuiamo a rimanere lontani dalle valute che hanno nella Cina un importante sbocco commerciale (dollaro australiano e neozelandese). Un mese fa avevamo consigliato il dollaro canadese a chi avesse visto poco spazio per ulteriori ribassi del greggio. Missione compiuta. Torniamo neutrali sul CAD.

Materie prime

Energy

Nella prima metà del mese di febbraio i prodotti petroliferi hanno subito ulteriori ribassi prima che Russia e Arabia Saudita raggiungessero un accordo per congelare la produzione di petrolio ai livelli attuali. Il raggiungimento di questa intesa ha sancito un cambio di marcia per il petrolio: il WTI ha raggiunto un livello di prezzo in area 33-34$, dopo aver toccato un minimo nel mese di febbraio a 26.21$. Una sfumatura non indifferente dell’accordo va tuttavia tenuta in considerazione: questi paesi hanno deciso non di tagliare la produzione, bensì di non incrementarla, in quanto l’interesse a non vedere ridotta la propria quota di mercato sembra essere predominante.

Per quanto riguarda il gas naturale, il livello dei prezzi è sotto pressione dato un livello delle scorte negli Stati Uniti ormai su livelli di record storici, dopo il clima mite di questo inverno.

Sul fronte della domanda, invece, i primi dati del 2016 offrono un quadro composito, rafforzando segnali di rallentamento della crescita della domanda, ma non un crollo o una recessione.

Tuttavia, il set di dati disponibili per il 2016 è ancora limitato a questo punto dell’anno.

Per quanto riguarda la regione asiatica, la domanda rimane abbastanza robusta specie in India e Corea, mentre in America Latina la crescita sembra essere più debole, specie in Brasile.

Le prossime informazioni e dati, in particolare per gli Stati Uniti e per la Cina, saranno molto importanti per capire se i segnali di debolezza della domanda saranno confermati.

Metalli preziosi

Anche per i metalli preziosi, il mese di febbraio e’ stato a due velocità: dopo una prima metà dove l’oro ha riportato guadagni superiori al 10%, nella seconda quindicina del mese i prezzi si sono mantenuti stabili o leggermente in flessione, portando quindi il prezzo dell’oro da 1118.21 dollari a fine gennaio ai 1238.67 dollari di fine febbraio.

Il deterioramento delle economie globali ha aumentato le preoccupazioni che sulla crescita anche negli Stati Uniti, incrementando gli acquisti di oro, notoriamente considerato un bene rifugio.

Gli elementi che infatti depongono per un possibile deterioramento del quadro congiunturale internazionale contribuiscono ad aumentare l’appeal dell’oro come riserva di valore.

 

Monthly Outlook a cura di Alessandro Balsotti Portfolio Manager, Barbara Giani Head of Institutional Advisor, Debora Liuzzi Institutional Advisor